Foggia, detenuto si impicca con un lenzuolo

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Niente di nuovo quindi dal fronte carcerario. La notizia del suicidio arriva direttamente dall’Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria), che, tramite il suo vicesegretario generale nazionale Domenico Mastrulli, ci informa, anzi ci conferma, la ormai triste e degradata situazione delle carceri italiane e in questo caso del carcere dauno dove sono reclusi 760 detenuti contro una forza regolamentare di 330.

Purtroppo questi 2 detenuti non sono gli unici ad aver compiuto insani gesti a causa delle bassissime condizione di detenzione:  possiamo annotare 5 episodi di ingerimento di sostanze nocive,  12 colluttazioni, 14 episodi di autolesionismo, un decesso per morte naturale e 10 tentativi di suicidio. Nel penitenziario di Lucera, sempre nel foggiano, i tentativi di suicidio sono stati 3.

Al di là del mero conteggio degli atti suicidi o di autolesionismo, bisogna constatare la grave situazione in cui versano le carceri da tempo, per il sovraffollamento, per la mala gestione, tutte cause che rendono altamente ostico il lavoro soprattutto agli agenti di polizia penitenziaria, i quali rientrano a gran voce nel totale delle morti nelle carceri, con un numero alto di suicidi (dal 2000 circa 96).

Le istituzioni dovrebbero prendere in seria considerazione la questione dell’esubero detenuti nelle prigioni, ma anche della loro gestione e della loro cura: troppo spesso la cronaca racconta di carcerati costretti a sopportare vessazioni, privazioni e violenze da parte di ‘compagni di cella’ e non.

Si legge di abusi di potere, di morti per ‘decesso naturale’, caso principe la presunta morte naturale di Stefano Cucchi, che la Corte d’Assise, dopo le ripetute proteste della famiglia del giovane, oggi ha decretato per malnutrizione e maltrattamenti mettendo sotto accusa i responsabili medici dell’ospedale Sandro Pertini di Roma.

Sarebbe conveniente e preventivo che il governo e tutte le autorità competenti si concentrassero su questi centri, di detenzione sì ma anche di recupero e reinserimento nella società. Le carceri servono proprio a questo, a salvare e dare speranza a chi ha perso la cognizione del giusto, ovviamente con le dovute e necessarie precauzioni ed eccezioni, e per far sì che ciò accada detentori e detenuti devono avere a loro disposizione il necessario, magari partendo da uno spazio vivibile, perché credo che di spazi ‘sopravvivibili’ siano ben saturi.

Marica Croce

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